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POLITICA
13 settembre 2017
Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista.

Questa recensione è stata pubblicata nel n. 338 (luglio-agosto 2017) di "Diorama letterario", mensile di attualità culturali e metapolitiche diretto da Marco Tarchi, professore di Scienza Politica, di Comunicazione Politica e di Analisi e Teoria Politica presso l'Università degli Studi di Firenze.

        Nel saggio “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, edito da DeriveApprodi di Roma, l'attenzione dei due autori Pierre Dardot e Christian Laval è concentrata sul neoliberismo, ragione-mondo ormai in grado d’imporre le logiche del capitale a tutti e a tutto, che ha fatto dell'Europa non un'unione politica ma un mercato unico dove fare circolare liberamente merci e capitali. Nell’era del capitalismo assoluto “ogni individuo è chiamato a diventare egli stesso capitale umano, ogni elemento della natura è visto come una risorsa produttiva, ogni situazione è considerata uno strumento di produzione”. Si tratta di un sistema onnipervasivo che modella a sua immagine l’intero pianeta ed è capace di assoldare nella propria logica qualsiasi ideologia. Un sistema che non tollera alcuna deviazione dal suo programma di profonda trasformazione della società e degli individui, programma al quale devono sottomettersi sia la competizione fra le varie forze politiche che l’alternanza tra destra e sinistra. Il capitale ha piegato la politica alla propria legge. Con la scusa di contrastare la crisi finanziaria ed economica che essa stessa ha creato, l’oligarchia neoliberista ha scatenato una vera e propria guerra contro la democrazia, con l’obiettivo di smantellare - in nome del rigore e del contenimento del debito pubblico - i diritti sociali ed economici conquistati dai cittadini in decenni di lotte. Ecco perché a sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta “le armi disciplinari dei mercati finanziari” per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. Le politiche neoliberali puntano a garantire la concorrenza tra capitali su scala mondiale; per questo sono dirette a distruggere qualsiasi ostacolo che impedisca la libera circolazione del capitale e la sua valorizzazione. “E’ l’insieme dei dispositivi, delle regole, dei meccanismi che il lavoro salariato organizzato era riuscito a imporre con le proprie lotte e la propria forza a essere oggi nel mirino della guerra dei ricchi”. In Europa l’oligarchia neoliberista ha compreso che per condurre al meglio questa guerra contro la democrazia è necessario affrancare le regole del mercato dall’orientamento politico dei governi. Come? Elevandole al rango di norme costituzionali e quindi indiscutibili e cogenti per qualunque governo a prescindere dalla maggioranza elettorale dal quale è scaturito. Attraverso il neoliberismo le regole del mercato, cioè le norme del diritto privato, si vedono riconoscere uno statuto che le pone al di sopra di tutte le altre regole, lo statuto di norme costituzionali vere e proprie. Le regole del diritto privato finiscono così per limitare e condizionare la volontà del popolo perché con la costituzionalizzazione si permette loro di sfuggire alla “deliberazione pubblica e alla scelta politica per imporsi come ultima ratiodell’ordine politico sociale”. E’ evidente, sostengono Dardot e Laval, che la costituzionalizzazione del diritto privato non è il frutto del corso naturale delle cose, ma il risultato di un lungo lavoro di rappresentazione simbolica e di costruzione economico-giuridica attiva della quale è lo Stato stesso ad essere l’agente. Lo Stato non è più il correttore delle disfunzioni dei mercati e nemmeno il garante esterno del loro funzionamento, ma è un “attore neoliberale a tutto tondo”. Secondo i due autori il progetto europeo, fondandosi sull’imperativo capitalistico “godi di accumulare, ovvero godi della produzione della crescita del valore”, s’inscrive pienamente all’interno del sistema neoliberista. L’Unione Europea non è altro che il risultato di un lungo e complesso processo di costruzione di un mercato fondato sulla concorrenza che man mano si è dotato di proprie istituzioni, di un proprio apparato amministrativo e di proprie regole di funzionamento. Seguendo le indicazioni dell’oligarchia neoliberista la regola fondamentale della concorrenza libera e non falsata e le norme del diritto privato che ne sono a corollario sono state costituzionalizzate attraverso i trattati europei e così rese indipendenti dai poteri politici nazionali e poste fuori dal controllo dei cittadini del Vecchio Continente. Su materie ritenute di particolare importanza per l’Unione come il bilancio, il debito pubblico, l’occupazione e la crescita economica, le istituzioni comunitarie si sono riservate il diritto di effettuare una verifica ex antesugli orientamenti popolari nazionali al fine di prevenire qualunque deliberazione politica statale che non sia conforme ai dettami neoliberisti in tema di concorrenza, libero mercato, valorizzazione e accumulazione del capitale, rigore nei conti pubblici. “Lungi dall’abbandonare il sociale alle politiche nazionali (…) la Commissione europea, la Corte di giustizia dell’Unione europea e la BCE sono diventate veri e propri organi di governo della società”. L’euro ha avuto un ruolo fondamentale nel mantenere e rafforzare questo sistema di sorveglianza e di pilotaggio di tipo tecnocratico dell’Unione in senso neoliberista. “La costruzione europea - scrivono Dardot e Laval - ha volontariamente sottratto la questione monetaria allo spazio pubblico della decisione”. Facendo in modo che la moneta non sia più uno strumento al servizio di obiettivi politici democraticamente determinati, l’Europa del capitale ha impedito ai governi di utilizzare per le loro finalità politiche la svalutazione delle monete nazionali, costringendoli a ricorrere all’indebitamento e alla svalutazione interna, da realizzarsi necessariamente attraverso l’abbassamento del costo del lavoro e il taglio delle risorse destinate al welfare. Nelle mani dell’oligarchia neoliberista il debito statale è diventato uno straordinario strumento di governo e di controllo, utile a garantire l’applicazione delle ferree leggi del capitale: libera concorrenza, pareggio di bilancio, privatizzazioni, riduzione dei salari e delle pensioni, mercato del lavoro flessibile, limitazione dei servizi pubblici. Il capitale sa che è necessario mettere volutamente in condizione di stress, in situazione di crisi acuta una popolazione perché questa arrivi ad accettare la cancellazione delle sue conquiste politiche e dei suoi diritti sociali. Le ricorrenti crisi dei debiti sovrani, volute e provocate dalle stesse oligarchie neoliberiste che impongono il rigore per combatterle, servono proprio a questo. La nazione che non riesce ad onorare i suoi debiti viene sottoposta al governo diretto delle principali autorità economico-finanziarie del sistema capitalistico (Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, la famigerata Troika che tanti danni ha arrecato alla Grecia), le quali hanno il diritto di cambiare le leggi di quel paese per imporre l’austerità, ripristinare la fiducia dei mercati, superare la crisi e salvaguardare gli interessi finanziari privati. Per Dardot e Laval “sono i creditori privati a essere ormai i veri padroni del gioco, in virtù del loro ruolo cruciale nel finanziamento degli Stati. Con il sostegno delle agenzie di rating, si sono conquistati il potere di garantire o meno la continuità della vita economica e dunque della vita sociale” di intere nazioni. Il potere assoluto di cui ormai dispone il capitale deriva dalla combinazione di quattro diverse componenti: l’oligarchia e la casta dei burocrati che sono alla guida di Stati, istituzioni e organismi internazionali; le imprese finanziarie (banche, fondi comuni d’investimento, assicurazioni, fondi pensione, hedge fund) e i top manager delle multinazionali che esercitano un corporate power sempre più rilevante; i grandi circuiti mass mediatici dell’opinione e quelli del divertimento, ai quali si aggiungono i professionisti della consulenza e della comunicazione; le istituzioni universitarie e le aziende editoriali. L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza. Ma se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. Si è convinta che per garantire l’efficienza del mercato lo Stato debba essere leggero e astenersi dall’intervenire con norme che ne regolino il funzionamento. Crede che le crescenti disuguaglianze economiche generate dal capitalismo e lo sfruttamento di masse sempre più ampie da esso operato siano il prezzo da pagare per assicurare la prosperità al più gran numero di persone possibile. Non ha nulla da obiettare sul fatto che agli esseri umani non sia riservato lo stesso privilegio accordato alle merci e ai capitali, quello di circolare liberamente nel mondo. Evidentemente sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obbiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale? Come può avere un volto umano un sistema che negli ultimi 5 anni ha permesso a quei 62 paperoni di accrescere del 44% la loro già enorme ricchezza, mentre ha ridotto del 41% la ricchezza posseduta dalla metà più povera degli abitanti del pianeta? Eppure è questo il sistema contro il quale la sinistra ha smesso di lottare. “L’estrema destra - scrivono gli autori - non ci ha impiegato molto ad andare a caccia sulle terre operaie abbandonate” dalla sinistra, strumentalizzando la rabbia crescente di una parte sempre più ampia di elettorato popolare. Il neoliberismo è ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, e più precisamente contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica. Per battere il blocco oligarchico Dardot e Laval propongono la costituzione di un blocco democratico internazionale che dovrà essere composto non da partiti (“il tradizionale gioco di opposizione tra destra e sinistra è venuto meno a vantaggio di un’alternanza tra due frazioni di una stessa oligarchia politico-economica”), ma da movimenti politici, organizzazioni sindacali, associazioni ambientaliste e culturali che si dotino di una piattaforma comune e agiscano coordinandosi non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello internazionale. Chi pensa che per disgregare il sistema capitalistico sia sufficiente che la sinistra vinca solo in alcuni paesi si sbaglia di grosso. “Nessun governo di sinistra di qualunque paese può da solo spezzare la costrizione monetaria e normativa” messa a punto dall’oligarchia neoliberista. “Può aprire e scavare crepe, può mostrare la strada, ma avrà bisogno del sostegno di altri governi e dell’appoggio dei movimenti sociali in altri paesi. Si tratta allora di costruire fin da adesso le condizioni di una tale solidarietà” internazionale e non di coltivare l’illusione di un ritorno alla sovranità nazionale. E’ su scala continentale, concludono Pierre Dardot e Christian Laval, che la sinistra europea deve aprire una crisi politica che rompa con il sistema dei trattati costituzionalizzati e imponga una rifondazione dell’Europa a partire dai suoi cittadini. “La posta in gioco è mandare in pezzi la cornice dell’Unione europea per salvare il progetto dell’Europa politica”. 


Massimo Virgilio

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LAVORO
3 settembre 2017
4 settembre 1904. Eccidio dei minatori di Buggerru.
Il 4 settembre del 1904 lo sciopero dei minatori di Buggerru, in Sardegna, - che protestavano contro l'insostenibile durezza delle condizioni di lavoro imposte dalla parigina Societè Anonyme des Mines de Malfidano, proprietaria della miniera, - fu represso nel sangue. Il governo italiano, su richiesta della società mineraria francese, inviò a Buggerru due compagnie del 42 Reggimento di Fanteria per costringere con la forza i minatori in sciopero a rinunciare alle loro rivendicazioni e a riprendere il lavoro. I lavoratori si opposero con determinazione al diktat imposto dal governo e dai proprietari della miniera. L'esercito rispose sparando sulla folla. Alcuni minatori furono uccisi e altri feriti. Le proteste e le manifestazioni che si svolsero in tutta Italia a seguito dell'eccidio di Buggerru portarono alla proclamazione di uno sciopero generale nazionale che fu il primo sciopero di questo tipo in Europa e al quale, dal 16 al 21 settembre 1904, aderirono migliaia e migliaia di lavoratori italiani di tutte le categorie. Come ha scritto il Comune in una targa commemorativa, ai martiri di Buggerru andrà per sempre la nostra riconoscenza.

Massimo Virgilio 
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POLITICA
23 agosto 2017
Non dimentichiamo Sacco e Vanzetti!
Il 23 agosto è il Sacco e Vanzetti memorial day, per non dimenticare l'ingiusta esecuzione di due onesti lavoratori italiani amanti della libertà e dell'anarchia, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Massimo Virgilio

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ECONOMIA
28 luglio 2017
Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista.

E' uscito il n. 338 di Diorama Letterario, rivista di studi metapolitici diretta dal professor Marco Tarchi. Nel nuovo fascicolo (Luglio-Agosto 2017) è presente la mia recensione del libro di Christian Laval e Pierre Dardot intitolato "Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista", edito da DeriveApprodi di Roma.


Di seguito alcuni articoli contenuti nel nuovo numero di Diorama Letterario:

IL PUNTO   La guerra delle ombre (Marco Tarchi) sul risorgere del conflitto fascismo/antifascismo

LABORATORIO  Le opinioni di Alain de Benoist: a) Dopo le elezioni legislative francesi; b) Classe contro classe

L'INTERVISTA  Marco Tarchi: a) Il Pd e lo spettro dell'"effetto Genova"; b) E' un bipolarismo zoppo: il centrosinistra delude, tra FI e Lega troppa distanza; c) Marino deve pagare il conto per i "fascisti nelle fogne".

OPINIONI  Sotto il "populismo", il nazionalismo (Pierre-André Taguieff)

NARRATIVA  Anna K. Valerio e Silvia Valerio, "Non ci sono innocenti" (Marco Tarchi)

POLEMICA  Il rischio delle celebrazioni (Marco Tarchi)

ECONOMIA  Pierre Dardot e Christian Laval, "Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista" (Massimo Virgilio).


Massimo Virgilio 

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politica interna
11 luglio 2017
Dal socialismo ai social. Il PD di Matteo Renzi.
Matteo Renzi è riuscito in breve tempo a traghettare il Partito Democratico dal socialismo ai social. Con un leader di tale levatura politica le sorti del PD saranno sicuramente magnifiche e progressive.
Massimo Virgilio





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SOCIETA'
7 luglio 2017
Roma e i suoi rifiuti. Un aiuto inaspettato .

Che tipo di capitale europea vuole essere Roma, nella quale a ripulire molte strade cittadine dall'immondizia e dalle erbacce in cambio di qualche spicciolo sono i rom e i migranti e non gli operatori dell'azienda municipalizzata preposta a questo compito, nelle cui casse affluiscono i soldi dei cittadini romani chiamati a pagare un'onerosa Tassa Rifiuti (Ta.Ri.)?


Massimo Virgilio

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politica estera
5 luglio 2017
C'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump ?

Gli Stati Uniti d'America sarebbero un paese migliore se non avessero un presidente che disprezza pubblicamente la libera informazione. Dopo avere visto il violento video contro la CNN pubblicato da Donald Trump su Twitter viene da chiedersi: c'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump?


Massimo Virgilio


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politica interna
28 giugno 2017
Elezioni amministrative 2017. Matteo Renzi da i numeri.



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politica estera
7 aprile 2017
Fine del secolo americano?
Questa recensione del libro di Joseph S. Nye Jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da il Mulino, è stata pubblicata su Diorama n. 336, marzo-aprile 2017.

Il secolo americano è finito? Molti analisti sono convinti che nei prossimi dieci anni l’economia statunitense verrà sorpassata da quella cinese e che questo porrà fine all’egemonia degli Stati Uniti sul mondo. Dopo il 1945 la preminenza economica degli Usa sulle altre nazioni del pianeta fu indiscutibile, ma l’equilibrio globale del potere politico-militare è stato bipolare piuttosto che egemonico, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica a fronteggiarsi minacciosamente per difendere e ampliare le rispettive sfere d’influenza. La caduta del muro di Berlino nel 1989 e ancor più il crollo dell’URSS nel 1991 hanno radicalmente mutato i rapporti di forza a livello internazionale, rendendo il mondo unipolare, con gli Stati Uniti a ergersi quale unica e incontrastata superpotenza planetaria. Questo, secondo molti studiosi, fino al 2008, quando la crisi finanziaria e la conseguente recessione economica hanno dato inizio al declino dell’America, favorendo l’ascesa dei suoi rivali, Europa, Giappone, Russia, India, Brasile e soprattutto Cina. Nye non condivide la teoria del declino americano e attacca chi la sostiene partendo proprio dalla parola declino. Che è ambigua perché mette insieme due concetti differenti, “da un lato una diminuzione della potenza proiettata all’esterno, dall’altro il deterioramento o decadimento interni. Il primo è un declino relativo, il secondo è un declino assoluto”. I due concetti sono connessi, ma non lo sono necessariamente. Scommettere sul declino degli Stati Uniti come potenza egemone a livello globale per il solo fatto che in ambito economico gli Usa stiano perdendo terreno rispetto alla Cina significa commettere l’errore di confondere declino relativo e declino assoluto. E’ qui che s’innestano gli elementi caratteristici del discorso di Nye sul potere. L’autore ritiene che il potere non sia altro che la capacità di chi lo esercita d’indurre gli altri ad agire in base alle proprie aspettative. ”Vi sono tre modi per farlo: con la coercizione (il bastone); con i pagamenti (la carota); con l’attrazione o la persuasione. Bastone e carota sono forme di hard power, attrazione e persuasione sono forme di soft power”. Se si vogliono analizzare correttamente le condizioni di salute di una nazione le tre dimensioni del potere, quella militare, quella economica e quella soft, devono essere considerate nel loro insieme. In questo sbagliano gli studiosi che teorizzano la fine imminente dell’egemonia americana e il prossimo sorgere dell’era cinese: anche se in futuro la Cina dovesse sorpassare economicamente gli Stati Uniti “non staremo assistendo automaticamente alla fine del secolo americano”, perché il vantaggio di Washington su Pechino in termini di potenza militare e di forza di attrazione è così ampio che difficilmente potrà essere colmato prima di qualche decennio. Fra i vari competitori degli Stati Uniti è comunque la Cina quello che più preoccupa Nye. L’Europa, infatti, è ancora priva di quell’unità politica e di quell’identità sociale e culturale che gli permetterebbero di agire come un attore unico sul palcoscenico internazionale. Il Giappone, pur avendo un’economia forte, deve fare i conti con una consistente diminuzione della popolazione e con una statura geografica che non gli consentono di competere con gli Stati Uniti. La Russia ha una struttura istituzionale e un sistema giuridico corrotti e un’economia debole, con un Pil e un reddito pro capite che sono rispettivamente un settimo e un terzo di quelli americani. Per questo Nye ritiene che nei prossimi anni gli unici problemi che la Russia potrà creare agli Stati Uniti saranno quelli derivanti dal suo antiliberalismo e dal suo nazionalismo, che spingeranno Mosca ad essere “un pericoloso elemento di disturbo revisionista dello status quo, catalizzatore per altre potenze revisioniste infastidite dalla preminenza americana”. L’India può contare su una popolazione di 1,2 miliardi di persone, su un’industria informatica in forte crescita e su un potente arsenale militare, ma resta un paese sottosviluppato, con centinaia di milioni di poveri analfabeti e con un Pil e un reddito pro capite notevolmente inferiori non solo a quelli americani ma anche a quelli cinesi. Il Brasile possiede impressionanti risorse economiche, ma sconta una rete di infrastrutture inadeguata, un sistema giudiziario lento e inefficiente, un alto tasso di violenza e una diffusa corruzione. Nye, al pari di molti altri analisti, ritiene dunque che solo la Cina abbia le carte in regola per diventare negli anni a venire un “concorrente a tutto campo” degli Stati Uniti. Pechino, infatti, vanta strabilianti tassi di crescita del Pil, una vasta estensione territoriale, una popolazione quattro volte maggiore di quella degli Stati Uniti, il più grande esercito del mondo, un imponente arsenale nucleare, avanzati programmi spaziali e una forte presenza nel cyberspazio. Tuttavia anche la Cina dovrà risolvere numerosi e seri problemi prima di sperare di competere ad armi pari con gli Usa nell’agone internazionale. Il sottosviluppo caratterizza ancora gran parte della campagna cinese, il reddito pro capite della Cina è solo un quinto di quello degli Stati Uniti, le imprese statali sono inefficienti, le disuguaglianze economiche sono sempre più marcate. C’è poi il degrado ambientale, la corruzione dilagante, l’inadeguato sistema giudiziario, la carente rete di protezione sociale, il rapido invecchiamento della popolazione. In termini di hard power la spesa militare cinese, seppure in rapida crescita, è solo la metà di quella degli Stati Uniti, mentre il vantaggio di questi ultimi sulla Cina in fatto di riserve di armamenti moderni è di 10 a 1. In termini di soft power alla Cina le cose non vanno meglio: le mancano industrie culturali in grado di competere con Hollywood e università del livello di quelle statunitensi. Nonostante la crisi finanziaria e la conseguente recessione, poi, il dollaro è rimasto la valuta rifugio e gli Stati Uniti occupano ancora il 3° posto in termini di competitività economica globale nella classifica stilata dal World Economic Forum, classifica che vede la Cina solo al 28° posto. Fra tutte le nazioni del mondo l’America è quella che investe di più in ricerca e sviluppo e quella che dispone delle migliori università (tra i 20 atenei più prestigiosi del pianeta 17 sono americani, nessuno è cinese). Dunque, ribadisce Nye, anche se nel giro di alcuni anni l’economia della Cina dovesse superare quella degli Stati Uniti - e non è detto che ciò avvenga - questo non comporterà la perdita della supremazia mondiale da parte di Washington, perché saranno ancora molte le risorse di hard power e di soft power delle quali gli USA avranno ampia disponibilità e delle quali invece Pechino sarà carente. Se il potere militare resterà unipolare, con gli Stati Uniti che manterranno il loro primato ancora per molto tempo, e il potere economico diventerà sempre più multipolare, con gli USA in posizione dominante ma seguiti da vicino dalla Cina e poi da altri importanti competitori quali l’Europa e il Giappone, sul piano delle relazioni internazionali il potere resterà ampiamente diffuso. E questo perché nessuno Stato da solo potrà affrontare con successo problemi di carattere transnazionale quali la stabilità finanziaria, i cambiamenti climatici, le pandemie e il terrorismo. Su questi temi non ha senso parlare di unipolarismo, multipolarismo o egemonia. Quello che conta, sostiene Nye, è che su questioni così importanti anche negli anni a venire non si possa “prescindere dalla leadership degli Stati Uniti per imbastire una qualsiasi azione collettiva a livello globale”. Dunque “il secolo americano continuerà, - scrive l’autore - ma non più solo in termini di potere degli Stati Uniti sugli altri, bensì anche in termini di potere degli Stati Uniti con gli altri”. Nye ritiene che se in futuro l’America dovesse perdere la leadership mondiale, questo non avverrà a causa della Cina o di qualche altra nazione del mondo, ma per colpa dell’America stessa. Sono infatti molti i fattori negativi endogeni che se dovessero aggravarsi potrebbero fare perdere agli Stati Uniti la loro capacità di influenzare gli eventi mondiali: “l’apertura di fronti interni di discussione su temi sociali” e culturali particolarmente divisivi, la situazione di stallo nella quale da tempo versano le istituzioni e il sistema politico (“la struttura dell’esecutivo americano fu progettata per essere inefficiente, in modo da rappresentare una minore minaccia alla libertà”), il ritardo rispetto ad altri paesi ricchi riguardo ai tassi di mortalità infantile, all’aspettativa di vita, al numero di bambini che vivono in condizioni di povertà, ai metodi di carcerazione e alla percentuale di omicidi, la scarsa qualità dell’istruzione primaria e secondaria fornita da molte scuole situate nei quartieri meno abbienti, il progressivo accentuarsi del divario di reddito tra i cittadini più ricchi e quelli più poveri. Nye ha scritto il suo saggio nel 2015. All’epoca non poteva prevedere che un tycoon come Donald Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti. Ma ha comunque descritto con estrema lucidità quale rischio corrono ai suoi occhi gli Stati Uniti con un personaggio come Trump al comando, che predica America first e impone alla politica estera americana il “ritorno all’isolazionismo”. “Se si indagano gli scenari che potrebbero accelerare il declino” degli Stati Uniti, “quelli più negativi contemplano un atteggiamento di chiusura e di caccia alle streghe” che li farà reagire “in modo eccessivo agli attacchi terroristici e che annullerà la forza che deriva loro dall’apertura al mondo esterno”. Per l’America, afferma Nye, l’immigrazione è stata, è e sarà sempre un prezioso fattore di crescita e di rafforzamento del suo potere. E’ grazie all’immigrazione che gli Usa potranno evitare il declino demografico e conservare la loro quota di popolazione mondiale. E’ solo con le frontiere aperte che gli Usa potranno continuare ad attirare sul loro territorio i cervelli più brillanti del mondo per poi fonderli in una “diversa cultura della creatività” che rafforzerà e migliorerà sia l’hard power che il soft power di Washington. “Il mio convincimento - conclude Nye - è che tra la gamma di futuri possibili, quello in cui un nuovo sfidante - Europa, Russia, India, Brasile, Cina - superi gli Stati Uniti e acceleri la fine della centralità americana nell’equilibrio globale del potere non sia impossibile, ma molto improbabile”. A meno che gli Stati Uniti, pur godendo di un notevole vantaggio militare ed economico e di un ancora più ampio vantaggio in termini di soft power sugli altri paesi del mondo, scelgano volontariamente di non tradurre questo vantaggio in un loro “reale coinvolgimento sulla scena mondiale”. In altri termini, la durata del secolo americano dipenderà dalla capacità dell’America di costruire e mantenere a livello internazionale una fitta rete di solide e durature alleanze. Ma come garantire “tali alleanze se gli altri paesi percepiscono gli Stati Uniti come ripiegati su se stessi?”. Trump è avvisato.

Massimo Virgilio 



permalink | inviato da metapolitica il 7/4/2017 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 marzo 2017
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario.
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario (www.diorama.it), rivista di studi metapolitici diretta da Marco Tarchi, professore presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze. Nel nuovo numero del periodico è presente la mia recensione del libro di Joseph S. Nye jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da ilMulino.

Ecco l'indice di Diorama n. 336: 

IL PUNTO
Caccia ai dissidenti (Marco Tarchi)
LABORATORIO
Le opinioni di Alain de Benoist su Macron? Tutto il contrario di un populista; Perché la "deradicalizzazione" è destinata al fallimento; La fantomatica opinione pubblica dei sondaggi; Il punto sul reddito universale; Il momento populista; Il popolo si schiera contro le élites; Riflessioni sul populismo
RIVISTE
Nouvelle Ecole n. 66 (Charles Maurras)
L'INTERVISTA
Interventi di Marco Tarchi su Un'alleanza Lega-Cinque stelle?; Il caso Raggi e il futuro dei Cinque stelle; Sulle evoluzioni del M5S; Sul travaglio del Partito democratico; Il flop Fillon e l'incognita Marine Le Pen
OSSERVATORIO
L'improbabile sbarco di Julius Evola negli Stati Uniti (Eduardo Zarelli)
IDEE
Massimo Fini, Il denaro, "sterco del demonio" (Auren Darien)
Joseph S. Nye, Jr., Fine del secolo americano? (Massimo Virgilio)
Michel Onfray, Pensare l'Islam (Alfonso Noel Angrisani)
Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero (Giuseppe Ladetto)
PRO E CONTRO
"Gilles", di Pierre Drieu La Rochelle (Stenio Solinas e Marco Tarchi)
LETTERATURA
Fabio Finotti, Italia. L'invenzione della patria (Roberto Zavaglia)
Oronzo Cilli, Tolkien e l'Italia (Antonio Chimisso)
SCIENZE SOCIALI
Roberto Marchesini, Etologia filosofica (Alberto Giovanni Biuso)
Baptiste Mylondo, Un reddito per tutti (Giuseppe Giaccio)

Massimo Virgilio






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