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Idee in libertà, idee di libertà

politica interna
11 luglio 2017
Dal socialismo ai social. Il PD di Matteo Renzi.
Matteo Renzi è riuscito in breve tempo a traghettare il Partito Democratico dal socialismo ai social. Con un leader di tale levatura politica le sorti del PD saranno sicuramente magnifiche e progressive.
Massimo Virgilio





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SOCIETA'
7 luglio 2017
Roma e i suoi rifiuti. Un aiuto inaspettato .

Che tipo di capitale europea vuole essere Roma, nella quale a ripulire molte strade cittadine dall'immondizia e dalle erbacce in cambio di qualche spicciolo sono i rom e i migranti e non gli operatori dell'azienda municipalizzata preposta a questo compito, nelle cui casse affluiscono i soldi dei cittadini romani chiamati a pagare un'onerosa Tassa Rifiuti (Ta.Ri.)?


Massimo Virgilio

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politica estera
5 luglio 2017
C'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump ?

Gli Stati Uniti d'America sarebbero un paese migliore se non avessero un presidente che disprezza pubblicamente la libera informazione. Dopo avere visto il violento video contro la CNN pubblicato da Donald Trump su Twitter viene da chiedersi: c'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump?


Massimo Virgilio


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politica interna
28 giugno 2017
Elezioni amministrative 2017. Matteo Renzi da i numeri.



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politica estera
7 aprile 2017
Fine del secolo americano?
Questa recensione del libro di Joseph S. Nye Jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da il Mulino, è stata pubblicata su Diorama n. 336, marzo-aprile 2017.

Il secolo americano è finito? Molti analisti sono convinti che nei prossimi dieci anni l’economia statunitense verrà sorpassata da quella cinese e che questo porrà fine all’egemonia degli Stati Uniti sul mondo. Dopo il 1945 la preminenza economica degli Usa sulle altre nazioni del pianeta fu indiscutibile, ma l’equilibrio globale del potere politico-militare è stato bipolare piuttosto che egemonico, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica a fronteggiarsi minacciosamente per difendere e ampliare le rispettive sfere d’influenza. La caduta del muro di Berlino nel 1989 e ancor più il crollo dell’URSS nel 1991 hanno radicalmente mutato i rapporti di forza a livello internazionale, rendendo il mondo unipolare, con gli Stati Uniti a ergersi quale unica e incontrastata superpotenza planetaria. Questo, secondo molti studiosi, fino al 2008, quando la crisi finanziaria e la conseguente recessione economica hanno dato inizio al declino dell’America, favorendo l’ascesa dei suoi rivali, Europa, Giappone, Russia, India, Brasile e soprattutto Cina. Nye non condivide la teoria del declino americano e attacca chi la sostiene partendo proprio dalla parola declino. Che è ambigua perché mette insieme due concetti differenti, “da un lato una diminuzione della potenza proiettata all’esterno, dall’altro il deterioramento o decadimento interni. Il primo è un declino relativo, il secondo è un declino assoluto”. I due concetti sono connessi, ma non lo sono necessariamente. Scommettere sul declino degli Stati Uniti come potenza egemone a livello globale per il solo fatto che in ambito economico gli Usa stiano perdendo terreno rispetto alla Cina significa commettere l’errore di confondere declino relativo e declino assoluto. E’ qui che s’innestano gli elementi caratteristici del discorso di Nye sul potere. L’autore ritiene che il potere non sia altro che la capacità di chi lo esercita d’indurre gli altri ad agire in base alle proprie aspettative. ”Vi sono tre modi per farlo: con la coercizione (il bastone); con i pagamenti (la carota); con l’attrazione o la persuasione. Bastone e carota sono forme di hard power, attrazione e persuasione sono forme di soft power”. Se si vogliono analizzare correttamente le condizioni di salute di una nazione le tre dimensioni del potere, quella militare, quella economica e quella soft, devono essere considerate nel loro insieme. In questo sbagliano gli studiosi che teorizzano la fine imminente dell’egemonia americana e il prossimo sorgere dell’era cinese: anche se in futuro la Cina dovesse sorpassare economicamente gli Stati Uniti “non staremo assistendo automaticamente alla fine del secolo americano”, perché il vantaggio di Washington su Pechino in termini di potenza militare e di forza di attrazione è così ampio che difficilmente potrà essere colmato prima di qualche decennio. Fra i vari competitori degli Stati Uniti è comunque la Cina quello che più preoccupa Nye. L’Europa, infatti, è ancora priva di quell’unità politica e di quell’identità sociale e culturale che gli permetterebbero di agire come un attore unico sul palcoscenico internazionale. Il Giappone, pur avendo un’economia forte, deve fare i conti con una consistente diminuzione della popolazione e con una statura geografica che non gli consentono di competere con gli Stati Uniti. La Russia ha una struttura istituzionale e un sistema giuridico corrotti e un’economia debole, con un Pil e un reddito pro capite che sono rispettivamente un settimo e un terzo di quelli americani. Per questo Nye ritiene che nei prossimi anni gli unici problemi che la Russia potrà creare agli Stati Uniti saranno quelli derivanti dal suo antiliberalismo e dal suo nazionalismo, che spingeranno Mosca ad essere “un pericoloso elemento di disturbo revisionista dello status quo, catalizzatore per altre potenze revisioniste infastidite dalla preminenza americana”. L’India può contare su una popolazione di 1,2 miliardi di persone, su un’industria informatica in forte crescita e su un potente arsenale militare, ma resta un paese sottosviluppato, con centinaia di milioni di poveri analfabeti e con un Pil e un reddito pro capite notevolmente inferiori non solo a quelli americani ma anche a quelli cinesi. Il Brasile possiede impressionanti risorse economiche, ma sconta una rete di infrastrutture inadeguata, un sistema giudiziario lento e inefficiente, un alto tasso di violenza e una diffusa corruzione. Nye, al pari di molti altri analisti, ritiene dunque che solo la Cina abbia le carte in regola per diventare negli anni a venire un “concorrente a tutto campo” degli Stati Uniti. Pechino, infatti, vanta strabilianti tassi di crescita del Pil, una vasta estensione territoriale, una popolazione quattro volte maggiore di quella degli Stati Uniti, il più grande esercito del mondo, un imponente arsenale nucleare, avanzati programmi spaziali e una forte presenza nel cyberspazio. Tuttavia anche la Cina dovrà risolvere numerosi e seri problemi prima di sperare di competere ad armi pari con gli Usa nell’agone internazionale. Il sottosviluppo caratterizza ancora gran parte della campagna cinese, il reddito pro capite della Cina è solo un quinto di quello degli Stati Uniti, le imprese statali sono inefficienti, le disuguaglianze economiche sono sempre più marcate. C’è poi il degrado ambientale, la corruzione dilagante, l’inadeguato sistema giudiziario, la carente rete di protezione sociale, il rapido invecchiamento della popolazione. In termini di hard power la spesa militare cinese, seppure in rapida crescita, è solo la metà di quella degli Stati Uniti, mentre il vantaggio di questi ultimi sulla Cina in fatto di riserve di armamenti moderni è di 10 a 1. In termini di soft power alla Cina le cose non vanno meglio: le mancano industrie culturali in grado di competere con Hollywood e università del livello di quelle statunitensi. Nonostante la crisi finanziaria e la conseguente recessione, poi, il dollaro è rimasto la valuta rifugio e gli Stati Uniti occupano ancora il 3° posto in termini di competitività economica globale nella classifica stilata dal World Economic Forum, classifica che vede la Cina solo al 28° posto. Fra tutte le nazioni del mondo l’America è quella che investe di più in ricerca e sviluppo e quella che dispone delle migliori università (tra i 20 atenei più prestigiosi del pianeta 17 sono americani, nessuno è cinese). Dunque, ribadisce Nye, anche se nel giro di alcuni anni l’economia della Cina dovesse superare quella degli Stati Uniti - e non è detto che ciò avvenga - questo non comporterà la perdita della supremazia mondiale da parte di Washington, perché saranno ancora molte le risorse di hard power e di soft power delle quali gli USA avranno ampia disponibilità e delle quali invece Pechino sarà carente. Se il potere militare resterà unipolare, con gli Stati Uniti che manterranno il loro primato ancora per molto tempo, e il potere economico diventerà sempre più multipolare, con gli USA in posizione dominante ma seguiti da vicino dalla Cina e poi da altri importanti competitori quali l’Europa e il Giappone, sul piano delle relazioni internazionali il potere resterà ampiamente diffuso. E questo perché nessuno Stato da solo potrà affrontare con successo problemi di carattere transnazionale quali la stabilità finanziaria, i cambiamenti climatici, le pandemie e il terrorismo. Su questi temi non ha senso parlare di unipolarismo, multipolarismo o egemonia. Quello che conta, sostiene Nye, è che su questioni così importanti anche negli anni a venire non si possa “prescindere dalla leadership degli Stati Uniti per imbastire una qualsiasi azione collettiva a livello globale”. Dunque “il secolo americano continuerà, - scrive l’autore - ma non più solo in termini di potere degli Stati Uniti sugli altri, bensì anche in termini di potere degli Stati Uniti con gli altri”. Nye ritiene che se in futuro l’America dovesse perdere la leadership mondiale, questo non avverrà a causa della Cina o di qualche altra nazione del mondo, ma per colpa dell’America stessa. Sono infatti molti i fattori negativi endogeni che se dovessero aggravarsi potrebbero fare perdere agli Stati Uniti la loro capacità di influenzare gli eventi mondiali: “l’apertura di fronti interni di discussione su temi sociali” e culturali particolarmente divisivi, la situazione di stallo nella quale da tempo versano le istituzioni e il sistema politico (“la struttura dell’esecutivo americano fu progettata per essere inefficiente, in modo da rappresentare una minore minaccia alla libertà”), il ritardo rispetto ad altri paesi ricchi riguardo ai tassi di mortalità infantile, all’aspettativa di vita, al numero di bambini che vivono in condizioni di povertà, ai metodi di carcerazione e alla percentuale di omicidi, la scarsa qualità dell’istruzione primaria e secondaria fornita da molte scuole situate nei quartieri meno abbienti, il progressivo accentuarsi del divario di reddito tra i cittadini più ricchi e quelli più poveri. Nye ha scritto il suo saggio nel 2015. All’epoca non poteva prevedere che un tycoon come Donald Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti. Ma ha comunque descritto con estrema lucidità quale rischio corrono ai suoi occhi gli Stati Uniti con un personaggio come Trump al comando, che predica America first e impone alla politica estera americana il “ritorno all’isolazionismo”. “Se si indagano gli scenari che potrebbero accelerare il declino” degli Stati Uniti, “quelli più negativi contemplano un atteggiamento di chiusura e di caccia alle streghe” che li farà reagire “in modo eccessivo agli attacchi terroristici e che annullerà la forza che deriva loro dall’apertura al mondo esterno”. Per l’America, afferma Nye, l’immigrazione è stata, è e sarà sempre un prezioso fattore di crescita e di rafforzamento del suo potere. E’ grazie all’immigrazione che gli Usa potranno evitare il declino demografico e conservare la loro quota di popolazione mondiale. E’ solo con le frontiere aperte che gli Usa potranno continuare ad attirare sul loro territorio i cervelli più brillanti del mondo per poi fonderli in una “diversa cultura della creatività” che rafforzerà e migliorerà sia l’hard power che il soft power di Washington. “Il mio convincimento - conclude Nye - è che tra la gamma di futuri possibili, quello in cui un nuovo sfidante - Europa, Russia, India, Brasile, Cina - superi gli Stati Uniti e acceleri la fine della centralità americana nell’equilibrio globale del potere non sia impossibile, ma molto improbabile”. A meno che gli Stati Uniti, pur godendo di un notevole vantaggio militare ed economico e di un ancora più ampio vantaggio in termini di soft power sugli altri paesi del mondo, scelgano volontariamente di non tradurre questo vantaggio in un loro “reale coinvolgimento sulla scena mondiale”. In altri termini, la durata del secolo americano dipenderà dalla capacità dell’America di costruire e mantenere a livello internazionale una fitta rete di solide e durature alleanze. Ma come garantire “tali alleanze se gli altri paesi percepiscono gli Stati Uniti come ripiegati su se stessi?”. Trump è avvisato.

Massimo Virgilio 



permalink | inviato da metapolitica il 7/4/2017 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 marzo 2017
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario.
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario (www.diorama.it), rivista di studi metapolitici diretta da Marco Tarchi, professore presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze. Nel nuovo numero del periodico è presente la mia recensione del libro di Joseph S. Nye jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da ilMulino.

Ecco l'indice di Diorama n. 336: 

IL PUNTO
Caccia ai dissidenti (Marco Tarchi)
LABORATORIO
Le opinioni di Alain de Benoist su Macron? Tutto il contrario di un populista; Perché la "deradicalizzazione" è destinata al fallimento; La fantomatica opinione pubblica dei sondaggi; Il punto sul reddito universale; Il momento populista; Il popolo si schiera contro le élites; Riflessioni sul populismo
RIVISTE
Nouvelle Ecole n. 66 (Charles Maurras)
L'INTERVISTA
Interventi di Marco Tarchi su Un'alleanza Lega-Cinque stelle?; Il caso Raggi e il futuro dei Cinque stelle; Sulle evoluzioni del M5S; Sul travaglio del Partito democratico; Il flop Fillon e l'incognita Marine Le Pen
OSSERVATORIO
L'improbabile sbarco di Julius Evola negli Stati Uniti (Eduardo Zarelli)
IDEE
Massimo Fini, Il denaro, "sterco del demonio" (Auren Darien)
Joseph S. Nye, Jr., Fine del secolo americano? (Massimo Virgilio)
Michel Onfray, Pensare l'Islam (Alfonso Noel Angrisani)
Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero (Giuseppe Ladetto)
PRO E CONTRO
"Gilles", di Pierre Drieu La Rochelle (Stenio Solinas e Marco Tarchi)
LETTERATURA
Fabio Finotti, Italia. L'invenzione della patria (Roberto Zavaglia)
Oronzo Cilli, Tolkien e l'Italia (Antonio Chimisso)
SCIENZE SOCIALI
Roberto Marchesini, Etologia filosofica (Alberto Giovanni Biuso)
Baptiste Mylondo, Un reddito per tutti (Giuseppe Giaccio)

Massimo Virgilio






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ECONOMIA
6 marzo 2017
Crisi. L'oligarchia neoliberista all'assalto della democrazia.

Con la scusa di contrastare la crisi finanziaria ed economica che essa stessa ha creato, l’oligarchia neoliberista ha scatenato una vera e propria guerra contro la democrazia, con l’obiettivo di smantellare - in nome del rigore e del contenimento del debito pubblico - i diritti sociali ed economici conquistati dai cittadini in decenni di lotte. Ecco perché a sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta le armi disciplinari dei mercati finanziari per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare.

Massimo Virgilio





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politica interna
23 febbraio 2017
Per cosa sarà ricordato Matteo Renzi?

Attraverso il Jobs Act Renzi ha rottamato quella parte del diritto del lavoro che garantiva dignità ai lavoratori dipendenti impedendo ai datori di lavoro di commettere soprusi ai loro danni. Con il  Jobs Act il lavoratore dipendente vittima di licenziamento ritenuto illegittimo dal giudice potrà essere reintegrato nel posto di lavoro solo in rari casi; di norma è prevista un’indennità risarcitoria. Non solo. Renzi ha anche concesso ai datori di lavoro la possibilità di demansionare i dipendenti e di controllare a distanza i loro strumenti di lavoro. Il lavoro dipendente non è stato però l’unica vittima della furia rottamatrice di Renzi. Anche il Partito Democratico è caduto sotto i suoi colpi. Con Renzi alla guida il PD ha cessato di essere un partito plurale, con diverse anime a dare ciascuna il proprio contributo all’elaborazione di una linea politica unica. Ed è diventato il partito del suo leader, la cui volontà non può e non deve essere messa in discussione. Per Renzi  la minoranza interna al PD non è mai stata una risorsa dalla quale attingere stimoli e suggerimenti utili alla buona conduzione del partito e del paese, ma un oppositore da isolare, da mettere a tacere e da ridurre all’insignificanza politica con qualsiasi mezzo. Che poi questo ostracismo abbia spinto molti membri di quella minoranza interna ad abbandonare il partito per cercare altrove quella libertà di pensiero e di parola e quella dignità politica che Renzi ha negato loro, poco importa! Chi pensa che Renzi in questi giorni stia lavorando alacremente per risolvere i gravissimi problemi che affliggono il suo partito (la scissione è nei fatti) e il suo paese (la UE minaccia di aprire una procedura contro l’Italia per infrazione delle regole europee sui bilanci degli stati membri) si sbaglia di grosso. Dov’è Renzi? E’ in viaggio in California. Un viaggio del quale da quotidianamente conto agli italiani attraverso il suo blog. Buon lavoro, Matteo!

Massimo Virgilio




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POLITICA
15 febbraio 2017
Informazione. La falsa guerra contro le fake news.

L’informazione embedded, quella allineata al sistema di potere vigente, ha dichiarato guerra alle fake news. Il timore è che attraverso la campagna contro le false notizie si vogliano colpire quei giornalisti, quegli analisti, quei blogger che indagano la realtà senza affidarsi alle verità preconfezionate dai mass media ufficiali. Il lavoro di approfondimento di questi studiosi indipendenti non può prescindere dall’avanzare ipotesi, dall’elaborare teorie e dal fare supposizioni. Ipotesi, teorie e supposizioni che potranno dirsi fondate o infondate al termine delle necessarie verifiche, ma che l’informazione ufficiale vuole comunque fare passare per false notizie solo perché sono state formulate al di fuori dei suoi canali e non sono in linea con la visione del mondo gradita al potere.

Massimo Virgilio





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POLITICA
3 febbraio 2017
Postcapitalismo, l'utopia di Paul Mason per sconfiggere il neoliberismo.
Nel corso dei prossimi cinquant'anni nei paesi sviluppati la crescita economica rimarrà debole e le disuguaglianze sociali aumenteranno del 40%. Ai paesi in via di sviluppo non andrà meglio: entro il 2060 la loro espansione economica si sarà esaurita. A questi problemi si aggiungeranno quelli legati ai cambiamenti climatici, all'invecchiamento della popolazione e alla crescita demografica. Insomma, il capitalismo è al tramonto. A fare queste fosche previsioni non sono gli anonimi analisti di una sconosciuta associazione anti capitalista, ma gli stimati economisti dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), alla quale aderiscono molte delle nazioni economicamente e politicamente più importanti del pianeta. Paul Mason parte da questi dati per iniziare la sua analisi delle disfunzioni del sistema capitalistico ("Postcapitalismo", ilSaggiatore, Milano 2016). Un sistema che dal 2008 si sta velocemente deteriorando, determinando a livello globale forti squilibri e pericolose tensioni. Quella che nel 2008 era cominciata come una crisi finanziaria, rappresentata dal fallimento di Lehman Brothers, si è infatti ben presto trasformata in una crisi economica senza precedenti, che ha portato recessione e stagnazione nelle aree del mondo più sviluppate e un notevole rallentamento della crescita nelle altre zone. La disoccupazione di massa è dilagata ovunque, accompagnata dal crollo dei redditi dei lavoratori dipendenti e dal drastico impoverimento di un numero enorme di persone. E così la crisi da finanziaria ed economica che era ha finito per diventare anche e soprattutto crisi sociale. A questo punto per Mason gli scenari futuri possono essere solo due, entrambi negativi. Nel primo scenario l'élite globale al potere nei paesi sviluppati, sostenuta da organizzazioni quali il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la World Bank (WB) e la World Trade Organization (WTO), resiste agli scossoni che mettono a rischio la tenuta del sistema capitalistico scaricando i costi necessari a garantirne la sopravvivenza sulle fasce più deboli della popolazione, lavoratori dipendenti, pensionati e poveri. Così facendo il capitalismo riesce a sopravvivere ancora qualche decennio, ma in forma indebolita e con un'economia in stagnazione. Nel secondo scenario le categorie più svantaggiate si rifiutano di pagare il prezzo dell'austerità, la pace sociale si spezza e salgono al potere formazioni politiche di estrema destra e di estrema sinistra.

A quel punto, ogni stato cerca di riversare i costi della crisi sugli altri. Con la globalizzazione in frantumi, le istituzioni mondiali perdono il potere, e i conflitti che hanno infiammato gli ultimi vent'anni - guerre (...), nazionalismi (...), jihadismo, migrazioni incontrollate e ostilità verso gli immigrati - scatenano un incendio nel cuore del sistema. In questo scenario, viene meno anche il rispetto di facciata del diritto internazionale: tortura, censura, detenzioni arbitrarie e sistemi di sorveglianza di massa diventano strumenti canonici dei governi.

Dunque il fallimento del capitalismo rischia di trasformarsi in un disastro globale. Un disastro che però può essere evitato progettando e realizzando un ordine diverso da quello capitalista, un ordine che sia non solo sostenibile ma anche in grado di recuperare quel dinamismo economico, oggi perduto, che è indispensabile a garantire il benessere, la dignità e la sicurezza delle persone. Mason chiama questo nuovo ordine postcapitalismo e afferma che per poterlo progettare e realizzare occorre innanzitutto cancellare dalla mente della gente gli errati insegnamenti propagandati dagli apologeti del capitalismo. Il teorici del neoliberismo sostengono che non c'è alternativa al capitalismo, che rivoltarsi contro di esso equivale a rivoltarsi contro un ordine naturale e immutabile nel tempo, che la prosperità si può raggiunge solo attraverso il perseguimento dell'interesse egoistico individuale che si esprime nel mercato, che lo Stato deve essere poco invadente, che la speculazione finanziaria fa crescere l'economia, che le disuguaglianze sono inevitabili e necessarie al corretto funzionamento del sistema

e che la condizione naturale del genere umano è quella di un ammasso d' individui spietati in competizione fra loro.

Queste, scrive l’autore, sono menzogne. Il sistema capitalistico, basato sui mercati e sulla proprietà privata, non è altro che il frutto di precise scelte umane. E in quanto tale può essere modificato e abbattuto. Fino ad oggi questo sistema è riuscito a resistere a qualunque attacco, e lo ha fatto grazie alle sue grandi capacità di adattamento ai cambiamenti. Ora però il capitalismo in quanto

sistema adattativo complesso ha raggiunto i limiti della propria capacità di adattamento.

E questi limiti li ha raggiunti a causa dello sviluppo registrato negli ultimi anni dalla tecnologia, in particolare dall'informatica. Sviluppo promosso proprio dal sistema capitalistico, intenzionato a trarre profitto dalla diffusione delle tecnologie informatiche, dal loro inserimento nei processi produttivi e dalla mercificazione delle informazioni (infocapitalismo). Attraverso le leggi sulla proprietà intellettuale il capitalismo si è impossessato delle informazioni; poi utilizzando l’informatica le ha rese fruibili a tutti e accessibili ovunque (software, internet); infine le ha commercializzate (CD, DVD, mp3, streaming, ebook, videogiochi). Ma l’espansione dei sistemi informatici ha ben presto reso vano ogni tentativo di monopolizzare l’informazione. Le tecnologie digitali, consentendo la riproduzione e la diffusione a costi nulli o irrisori delle informazioni, hanno abbattuto una dopo l’altra tutte le barriere (copyright, diritti d'autore, brevetti) erette dal sistema capitalistico per garantirsene la proprietà esclusiva. L’informatica ha dato vita ad un nuovo tipo di economia, l'economia della conoscenza, inconciliabile con il capitalismo perché basata su tecnologie di rete che consentono forme di collaborazione, di produzione e di consumo (peer-to-peer, open source, creative commons) incompatibili con l'economia di mercato. Secondo Mason sarà proprio questa tendenza spontanea delle reti informatiche a disintegrare i mercati, distruggere la proprietà privata e spezzare il legame fra salari, lavoro e profitto che spazzerà via il capitalismo e renderà possibile l'instaurazione del postcapitalismo. Ma come agisce l'acido corrosivo dell'informatica sul sistema capitalistico? In tre modi. Primo. Riducendo la necessità del lavoro, l'informatica rende labile il confine fra lavoro e tempo libero e allenta il rapporto fra lavoro e salario. Secondo. I beni d'informazione erodono la capacità dei mercati di formare correttamente i prezzi, perché i mercati si basano sulla scarsità, mentre nell'era di internet, degli smartphones e dei laptops l'informazione è abbondante e disponibile sempre e ovunque. Terzo. A livello planetario si afferma ogni giorno di più una produzione di tipo collaborativo grazie alla quale beni, servizi e organizzazioni rispondono sempre meno alle regole dei mercati e delle gerarchie manageriali. Questa produzione collaborativa, utilizzando le tecnologie di rete per produrre beni e servizi spesso gratuiti, riproducibili e condivisibili all'infinito, segna la strada che porterà al superamento del sistema di mercato e all'affermazione di un'economia postcapitalista, nella quale i vecchi fattori di produzione - terra, lavoro e capitale - avranno un'importanza marginale rispetto all'informazione. Il sistema dell’infocapitalismo, costituito da monopoli, banche e governi che tentano in tutti i modi di mantenere privata, scarsa e commercializzabile ogni cosa, compresa l'informazione, si scontra con la possibilità di avere in abbondanza beni e informazioni gratuiti. È una

lotta tra rete e gerarchia, tra vecchie forme di società modellate intorno al capitalismo e forme nuove che prefigurano il mondo che verrà.

Le élite al potere avvertono distintamente la minaccia alla loro esistenza che tutto questo comporta e reagiscono scompostamente. Sono convinte che la loro sopravvivenza e quella del sistema capitalistico, basato su alta finanza, salari bassi, finanziarizzazione (nella fase attuale dell'economia capitalista una parte sempre più ampia dei profitti non viene realizzata producendo e vendendo merci e servizi che i lavoratori pagano con i loro salari, ma prestando denaro a questi ultimi), monopoli, proprietà intellettuale e militarismo, passi attraverso l'eliminazione della democrazia. Per questo trattano qualunque forma di dissenso e qualsiasi tipo di contestazione come problemi di ordine pubblico da risolvere con manganelli, taser e lacrimogeni. Tuttavia la violenta reazione delle élite, scrive Mason, non riuscirà ad impedire il crollo del capitalismo sotto la spinta inesorabile dell'informazione, perché

se un'economia di mercato con proprietà intellettuale porta a sottoutilizzare l'informazione, allora un'economia basata sul pieno utilizzo dell'informazione è incompatibile con il mercato o con diritti assoluti di proprietà intellettuale.

Nel libro Paul Mason non manca di porgere un sentito omaggio all'uomo che prima di ogni altro ha previsto la caduta del sistema capitalistico sotto la pressione dell'economia dell'informazione e ha prefigurato il venire meno della possibilità di stabilire i prezzi a seguito della distribuzione collettiva dell'informazione e del suo essere racchiusa nelle macchine (internet of things, internet delle cose). Quell'uomo si chiamava Karl Marx. Le sue intuizioni sono contenute nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse, i Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica. Marx immaginava un'economia nella quale le macchine si sarebbero occupate della produzione e le persone si sarebbero occupate di progettare e supervisionare le macchine. In un'economia simile la forza produttiva principale sarebbe stata l'informazione. La capacità produttiva delle macchine, scriveva,

non sta in alcun rapporto con il tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende piuttosto dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall'applicazione di questa scienza alla produzione.

La questione più rilevante, quindi, non sarebbe stata più salari contro profitti, ma a chi sarebbe spettato il controllo della potenza del sapere. Al riguardo Marx non aveva dubbi: la natura della conoscenza racchiusa nelle macchine sarebbe dovuta essere sociale. Tutto questo ha portato Marx ad una conclusione che Mason condivide pienamente. Un capitalismo fondato sull'informazione e sulla conoscenza (l’infocapitalismo) non può sostenere un sistema di formazione dei prezzi in base al quale il valore di qualcosa è dato dal valore dei fattori utilizzati per produrlo. Infatti, afferma Mason,

è impossibile valutare adeguatamente i fattori di produzione, quando assumono la forma di sapere sociale. La produzione trainata dalla conoscenza tende alla creazione illimitata di ricchezza, indipendentemente dal lavoro impiegato. Ma il (...) sistema capitalista si basa su un prezzo determinato dal costo dei fattori, e parte dal presupposto che l'offerta dei fattori sia sempre limitata.

Dunque è lo stesso infocapitalismo a dare vita ad una contraddizione talmente forte fra le forze produttive e le relazioni sociali da creare le condizioni materiali del proprio annientamento. Fino ad oggi ad impedire alle reti informatiche di trasformare il capitalismo in una corsa senza fine al ribasso dei costi, dei prezzi e dei profitti hanno provveduto la creazione di nuovi mercati e di nuovi bisogni e l'aumento del tempo di lavoro socialmente necessario (ancora Marx) utilizzato per soddisfare questi bisogni, con il conseguente incremento della quantità di tempo di lavoro contenuta in ogni macchina, prodotto e servizio. Ma questa resistenza del sistema capitalistico al suo inevitabile declino non potrà durare ancora a lungo. Dando vita al progresso tecnologico e alle reti informatiche, infatti, il capitalismo non solo ha creato le condizioni per il suo superamento, ma ha anche aggregato la nuova forza sociale che scaverà la sua fossa. Si tratta degli individui interconnessi, persone che utilizzano quotidianamente le reti informatiche per lavorare e per vivere, che si sentono a loro agio in ogni parte del mondo, che non sono asservite al sistema, non hanno timore di esprimere la loro insoddisfazione nei suoi confronti e s'impegnano con tutte le forze per cambiarlo radicalmente.

Sono un gruppo con interessi variegati, ma che converge sulla necessità di trasformare il postcapitalismo in realtà, di costringere la rivoluzione informatica a creare un nuovo tipo di economia, nella quale la maggior quantità di cose sia prodotta gratuitamente, per un uso collaborativo comune, invertendo la tendenza alla crescita della disuguaglianza.

Fra utopia e realtà, a loro Mason affida il futuro del pianeta e quello dell'intera umanità. E a loro affida il compito di realizzare, una volta crollato il capitalismo, quelli che dovranno essere gli obiettivi primari del progetto postcapitalista: ridurre drasticamente le emissioni di anidride carbonica per impedire che l'aumento delle temperature porti a disastri ambientali irrimediabili; stabilizzare il sistema finanziario socializzandolo, così da evitare che possa distruggere l'economia mondiale; garantire benessere ed elevata qualità della vita alla maggior parte delle persone puntando sulle tecnologie ad alto contenuto informativo; utilizzare la tecnologia per promuovere un'economia automatizzata che riduca il lavoro necessario allo stretto indispensabile.

Alla fine, - conclude Mason in forma di profezia - il lavoro diventerà volontario, i prodotti e i servizi pubblici di base saranno gratuiti e la gestione economica diventerà soprattutto una questione di energia e risorse, anziché di capitale e lavoro.

 

Massimo Virgilio

Questa recensione è stata pubblicata sul n. 334 di Diorama Letterario.




permalink | inviato da metapolitica il 3/2/2017 alle 10:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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