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POLITICA
13 settembre 2017
Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista.

Questa recensione è stata pubblicata nel n. 338 (luglio-agosto 2017) di "Diorama letterario", mensile di attualità culturali e metapolitiche diretto da Marco Tarchi, professore di Scienza Politica, di Comunicazione Politica e di Analisi e Teoria Politica presso l'Università degli Studi di Firenze.

        Nel saggio “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, edito da DeriveApprodi di Roma, l'attenzione dei due autori Pierre Dardot e Christian Laval è concentrata sul neoliberismo, ragione-mondo ormai in grado d’imporre le logiche del capitale a tutti e a tutto, che ha fatto dell'Europa non un'unione politica ma un mercato unico dove fare circolare liberamente merci e capitali. Nell’era del capitalismo assoluto “ogni individuo è chiamato a diventare egli stesso capitale umano, ogni elemento della natura è visto come una risorsa produttiva, ogni situazione è considerata uno strumento di produzione”. Si tratta di un sistema onnipervasivo che modella a sua immagine l’intero pianeta ed è capace di assoldare nella propria logica qualsiasi ideologia. Un sistema che non tollera alcuna deviazione dal suo programma di profonda trasformazione della società e degli individui, programma al quale devono sottomettersi sia la competizione fra le varie forze politiche che l’alternanza tra destra e sinistra. Il capitale ha piegato la politica alla propria legge. Con la scusa di contrastare la crisi finanziaria ed economica che essa stessa ha creato, l’oligarchia neoliberista ha scatenato una vera e propria guerra contro la democrazia, con l’obiettivo di smantellare - in nome del rigore e del contenimento del debito pubblico - i diritti sociali ed economici conquistati dai cittadini in decenni di lotte. Ecco perché a sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta “le armi disciplinari dei mercati finanziari” per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare. Le politiche neoliberali puntano a garantire la concorrenza tra capitali su scala mondiale; per questo sono dirette a distruggere qualsiasi ostacolo che impedisca la libera circolazione del capitale e la sua valorizzazione. “E’ l’insieme dei dispositivi, delle regole, dei meccanismi che il lavoro salariato organizzato era riuscito a imporre con le proprie lotte e la propria forza a essere oggi nel mirino della guerra dei ricchi”. In Europa l’oligarchia neoliberista ha compreso che per condurre al meglio questa guerra contro la democrazia è necessario affrancare le regole del mercato dall’orientamento politico dei governi. Come? Elevandole al rango di norme costituzionali e quindi indiscutibili e cogenti per qualunque governo a prescindere dalla maggioranza elettorale dal quale è scaturito. Attraverso il neoliberismo le regole del mercato, cioè le norme del diritto privato, si vedono riconoscere uno statuto che le pone al di sopra di tutte le altre regole, lo statuto di norme costituzionali vere e proprie. Le regole del diritto privato finiscono così per limitare e condizionare la volontà del popolo perché con la costituzionalizzazione si permette loro di sfuggire alla “deliberazione pubblica e alla scelta politica per imporsi come ultima ratiodell’ordine politico sociale”. E’ evidente, sostengono Dardot e Laval, che la costituzionalizzazione del diritto privato non è il frutto del corso naturale delle cose, ma il risultato di un lungo lavoro di rappresentazione simbolica e di costruzione economico-giuridica attiva della quale è lo Stato stesso ad essere l’agente. Lo Stato non è più il correttore delle disfunzioni dei mercati e nemmeno il garante esterno del loro funzionamento, ma è un “attore neoliberale a tutto tondo”. Secondo i due autori il progetto europeo, fondandosi sull’imperativo capitalistico “godi di accumulare, ovvero godi della produzione della crescita del valore”, s’inscrive pienamente all’interno del sistema neoliberista. L’Unione Europea non è altro che il risultato di un lungo e complesso processo di costruzione di un mercato fondato sulla concorrenza che man mano si è dotato di proprie istituzioni, di un proprio apparato amministrativo e di proprie regole di funzionamento. Seguendo le indicazioni dell’oligarchia neoliberista la regola fondamentale della concorrenza libera e non falsata e le norme del diritto privato che ne sono a corollario sono state costituzionalizzate attraverso i trattati europei e così rese indipendenti dai poteri politici nazionali e poste fuori dal controllo dei cittadini del Vecchio Continente. Su materie ritenute di particolare importanza per l’Unione come il bilancio, il debito pubblico, l’occupazione e la crescita economica, le istituzioni comunitarie si sono riservate il diritto di effettuare una verifica ex antesugli orientamenti popolari nazionali al fine di prevenire qualunque deliberazione politica statale che non sia conforme ai dettami neoliberisti in tema di concorrenza, libero mercato, valorizzazione e accumulazione del capitale, rigore nei conti pubblici. “Lungi dall’abbandonare il sociale alle politiche nazionali (…) la Commissione europea, la Corte di giustizia dell’Unione europea e la BCE sono diventate veri e propri organi di governo della società”. L’euro ha avuto un ruolo fondamentale nel mantenere e rafforzare questo sistema di sorveglianza e di pilotaggio di tipo tecnocratico dell’Unione in senso neoliberista. “La costruzione europea - scrivono Dardot e Laval - ha volontariamente sottratto la questione monetaria allo spazio pubblico della decisione”. Facendo in modo che la moneta non sia più uno strumento al servizio di obiettivi politici democraticamente determinati, l’Europa del capitale ha impedito ai governi di utilizzare per le loro finalità politiche la svalutazione delle monete nazionali, costringendoli a ricorrere all’indebitamento e alla svalutazione interna, da realizzarsi necessariamente attraverso l’abbassamento del costo del lavoro e il taglio delle risorse destinate al welfare. Nelle mani dell’oligarchia neoliberista il debito statale è diventato uno straordinario strumento di governo e di controllo, utile a garantire l’applicazione delle ferree leggi del capitale: libera concorrenza, pareggio di bilancio, privatizzazioni, riduzione dei salari e delle pensioni, mercato del lavoro flessibile, limitazione dei servizi pubblici. Il capitale sa che è necessario mettere volutamente in condizione di stress, in situazione di crisi acuta una popolazione perché questa arrivi ad accettare la cancellazione delle sue conquiste politiche e dei suoi diritti sociali. Le ricorrenti crisi dei debiti sovrani, volute e provocate dalle stesse oligarchie neoliberiste che impongono il rigore per combatterle, servono proprio a questo. La nazione che non riesce ad onorare i suoi debiti viene sottoposta al governo diretto delle principali autorità economico-finanziarie del sistema capitalistico (Commissione europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, la famigerata Troika che tanti danni ha arrecato alla Grecia), le quali hanno il diritto di cambiare le leggi di quel paese per imporre l’austerità, ripristinare la fiducia dei mercati, superare la crisi e salvaguardare gli interessi finanziari privati. Per Dardot e Laval “sono i creditori privati a essere ormai i veri padroni del gioco, in virtù del loro ruolo cruciale nel finanziamento degli Stati. Con il sostegno delle agenzie di rating, si sono conquistati il potere di garantire o meno la continuità della vita economica e dunque della vita sociale” di intere nazioni. Il potere assoluto di cui ormai dispone il capitale deriva dalla combinazione di quattro diverse componenti: l’oligarchia e la casta dei burocrati che sono alla guida di Stati, istituzioni e organismi internazionali; le imprese finanziarie (banche, fondi comuni d’investimento, assicurazioni, fondi pensione, hedge fund) e i top manager delle multinazionali che esercitano un corporate power sempre più rilevante; i grandi circuiti mass mediatici dell’opinione e quelli del divertimento, ai quali si aggiungono i professionisti della consulenza e della comunicazione; le istituzioni universitarie e le aziende editoriali. L’obiettivo di questo potere è uno, l’accumulazione illimitata della ricchezza. Ma se il capitale e il blocco oligarchico neoliberale che lo rappresenta hanno potuto affermare la loro volontà con tanta facilità la responsabilità è per intero della sinistra di governo. Quest’ultima da diversi anni ha fatto sua la teoria di una fine della storia che si risolve in un capitalismo senza fine, senza regole e senza confini. Ha accettato l’idea che in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, la crescita illimitata della produzione di beni e servizi sia indispensabile ad assicurare benessere e felicità all’umanità. Si è convinta che per garantire l’efficienza del mercato lo Stato debba essere leggero e astenersi dall’intervenire con norme che ne regolino il funzionamento. Crede che le crescenti disuguaglianze economiche generate dal capitalismo e lo sfruttamento di masse sempre più ampie da esso operato siano il prezzo da pagare per assicurare la prosperità al più gran numero di persone possibile. Non ha nulla da obiettare sul fatto che agli esseri umani non sia riservato lo stesso privilegio accordato alle merci e ai capitali, quello di circolare liberamente nel mondo. Evidentemente sovvertire il sistema capitalistico non è più l’obbiettivo di una sinistra che ormai si limita solo a proporre un capitalismo dal volto umano che nella realtà non esiste né potrà mai esistere. Come può avere un volto umano un sistema che consente a soli 62 individui in tutto il pianeta di possedere la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, ossia la metà più povera della popolazione mondiale? Come può avere un volto umano un sistema che negli ultimi 5 anni ha permesso a quei 62 paperoni di accrescere del 44% la loro già enorme ricchezza, mentre ha ridotto del 41% la ricchezza posseduta dalla metà più povera degli abitanti del pianeta? Eppure è questo il sistema contro il quale la sinistra ha smesso di lottare. “L’estrema destra - scrivono gli autori - non ci ha impiegato molto ad andare a caccia sulle terre operaie abbandonate” dalla sinistra, strumentalizzando la rabbia crescente di una parte sempre più ampia di elettorato popolare. Il neoliberismo è ormai così compenetrato nello Stato che chiunque abbia davvero a cuore la sovranità del popolo non può fare altro che agire contro lo Stato esistente, e più precisamente contro tutto ciò che nello Stato sorregge la dimensione oligarchica. Per battere il blocco oligarchico Dardot e Laval propongono la costituzione di un blocco democratico internazionale che dovrà essere composto non da partiti (“il tradizionale gioco di opposizione tra destra e sinistra è venuto meno a vantaggio di un’alternanza tra due frazioni di una stessa oligarchia politico-economica”), ma da movimenti politici, organizzazioni sindacali, associazioni ambientaliste e culturali che si dotino di una piattaforma comune e agiscano coordinandosi non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello internazionale. Chi pensa che per disgregare il sistema capitalistico sia sufficiente che la sinistra vinca solo in alcuni paesi si sbaglia di grosso. “Nessun governo di sinistra di qualunque paese può da solo spezzare la costrizione monetaria e normativa” messa a punto dall’oligarchia neoliberista. “Può aprire e scavare crepe, può mostrare la strada, ma avrà bisogno del sostegno di altri governi e dell’appoggio dei movimenti sociali in altri paesi. Si tratta allora di costruire fin da adesso le condizioni di una tale solidarietà” internazionale e non di coltivare l’illusione di un ritorno alla sovranità nazionale. E’ su scala continentale, concludono Pierre Dardot e Christian Laval, che la sinistra europea deve aprire una crisi politica che rompa con il sistema dei trattati costituzionalizzati e imponga una rifondazione dell’Europa a partire dai suoi cittadini. “La posta in gioco è mandare in pezzi la cornice dell’Unione europea per salvare il progetto dell’Europa politica”. 


Massimo Virgilio

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permalink | inviato da metapolitica il 13/9/2017 alle 14:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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