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ECONOMIA
28 luglio 2017
Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista.

E' uscito il n. 338 di Diorama Letterario, rivista di studi metapolitici diretta dal professor Marco Tarchi. Nel nuovo fascicolo (Luglio-Agosto 2017) è presente la mia recensione del libro di Christian Laval e Pierre Dardot intitolato "Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista", edito da DeriveApprodi di Roma.


Di seguito alcuni articoli contenuti nel nuovo numero di Diorama Letterario:

IL PUNTO   La guerra delle ombre (Marco Tarchi) sul risorgere del conflitto fascismo/antifascismo

LABORATORIO  Le opinioni di Alain de Benoist: a) Dopo le elezioni legislative francesi; b) Classe contro classe

L'INTERVISTA  Marco Tarchi: a) Il Pd e lo spettro dell'"effetto Genova"; b) E' un bipolarismo zoppo: il centrosinistra delude, tra FI e Lega troppa distanza; c) Marino deve pagare il conto per i "fascisti nelle fogne".

OPINIONI  Sotto il "populismo", il nazionalismo (Pierre-André Taguieff)

NARRATIVA  Anna K. Valerio e Silvia Valerio, "Non ci sono innocenti" (Marco Tarchi)

POLEMICA  Il rischio delle celebrazioni (Marco Tarchi)

ECONOMIA  Pierre Dardot e Christian Laval, "Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista" (Massimo Virgilio).


Massimo Virgilio 

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politica interna
11 luglio 2017
Dal socialismo ai social. Il PD di Matteo Renzi.
Matteo Renzi è riuscito in breve tempo a traghettare il Partito Democratico dal socialismo ai social. Con un leader di tale levatura politica le sorti del PD saranno sicuramente magnifiche e progressive.
Massimo Virgilio





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SOCIETA'
7 luglio 2017
Roma e i suoi rifiuti. Un aiuto inaspettato .

Che tipo di capitale europea vuole essere Roma, nella quale a ripulire molte strade cittadine dall'immondizia e dalle erbacce in cambio di qualche spicciolo sono i rom e i migranti e non gli operatori dell'azienda municipalizzata preposta a questo compito, nelle cui casse affluiscono i soldi dei cittadini romani chiamati a pagare un'onerosa Tassa Rifiuti (Ta.Ri.)?


Massimo Virgilio

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politica estera
5 luglio 2017
C'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump ?

Gli Stati Uniti d'America sarebbero un paese migliore se non avessero un presidente che disprezza pubblicamente la libera informazione. Dopo avere visto il violento video contro la CNN pubblicato da Donald Trump su Twitter viene da chiedersi: c'è ancora spazio per la democrazia nell'America di Trump?


Massimo Virgilio


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politica interna
28 giugno 2017
Elezioni amministrative 2017. Matteo Renzi da i numeri.



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politica estera
7 aprile 2017
Fine del secolo americano?
Questa recensione del libro di Joseph S. Nye Jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da il Mulino, è stata pubblicata su Diorama n. 336, marzo-aprile 2017.

Il secolo americano è finito? Molti analisti sono convinti che nei prossimi dieci anni l’economia statunitense verrà sorpassata da quella cinese e che questo porrà fine all’egemonia degli Stati Uniti sul mondo. Dopo il 1945 la preminenza economica degli Usa sulle altre nazioni del pianeta fu indiscutibile, ma l’equilibrio globale del potere politico-militare è stato bipolare piuttosto che egemonico, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica a fronteggiarsi minacciosamente per difendere e ampliare le rispettive sfere d’influenza. La caduta del muro di Berlino nel 1989 e ancor più il crollo dell’URSS nel 1991 hanno radicalmente mutato i rapporti di forza a livello internazionale, rendendo il mondo unipolare, con gli Stati Uniti a ergersi quale unica e incontrastata superpotenza planetaria. Questo, secondo molti studiosi, fino al 2008, quando la crisi finanziaria e la conseguente recessione economica hanno dato inizio al declino dell’America, favorendo l’ascesa dei suoi rivali, Europa, Giappone, Russia, India, Brasile e soprattutto Cina. Nye non condivide la teoria del declino americano e attacca chi la sostiene partendo proprio dalla parola declino. Che è ambigua perché mette insieme due concetti differenti, “da un lato una diminuzione della potenza proiettata all’esterno, dall’altro il deterioramento o decadimento interni. Il primo è un declino relativo, il secondo è un declino assoluto”. I due concetti sono connessi, ma non lo sono necessariamente. Scommettere sul declino degli Stati Uniti come potenza egemone a livello globale per il solo fatto che in ambito economico gli Usa stiano perdendo terreno rispetto alla Cina significa commettere l’errore di confondere declino relativo e declino assoluto. E’ qui che s’innestano gli elementi caratteristici del discorso di Nye sul potere. L’autore ritiene che il potere non sia altro che la capacità di chi lo esercita d’indurre gli altri ad agire in base alle proprie aspettative. ”Vi sono tre modi per farlo: con la coercizione (il bastone); con i pagamenti (la carota); con l’attrazione o la persuasione. Bastone e carota sono forme di hard power, attrazione e persuasione sono forme di soft power”. Se si vogliono analizzare correttamente le condizioni di salute di una nazione le tre dimensioni del potere, quella militare, quella economica e quella soft, devono essere considerate nel loro insieme. In questo sbagliano gli studiosi che teorizzano la fine imminente dell’egemonia americana e il prossimo sorgere dell’era cinese: anche se in futuro la Cina dovesse sorpassare economicamente gli Stati Uniti “non staremo assistendo automaticamente alla fine del secolo americano”, perché il vantaggio di Washington su Pechino in termini di potenza militare e di forza di attrazione è così ampio che difficilmente potrà essere colmato prima di qualche decennio. Fra i vari competitori degli Stati Uniti è comunque la Cina quello che più preoccupa Nye. L’Europa, infatti, è ancora priva di quell’unità politica e di quell’identità sociale e culturale che gli permetterebbero di agire come un attore unico sul palcoscenico internazionale. Il Giappone, pur avendo un’economia forte, deve fare i conti con una consistente diminuzione della popolazione e con una statura geografica che non gli consentono di competere con gli Stati Uniti. La Russia ha una struttura istituzionale e un sistema giuridico corrotti e un’economia debole, con un Pil e un reddito pro capite che sono rispettivamente un settimo e un terzo di quelli americani. Per questo Nye ritiene che nei prossimi anni gli unici problemi che la Russia potrà creare agli Stati Uniti saranno quelli derivanti dal suo antiliberalismo e dal suo nazionalismo, che spingeranno Mosca ad essere “un pericoloso elemento di disturbo revisionista dello status quo, catalizzatore per altre potenze revisioniste infastidite dalla preminenza americana”. L’India può contare su una popolazione di 1,2 miliardi di persone, su un’industria informatica in forte crescita e su un potente arsenale militare, ma resta un paese sottosviluppato, con centinaia di milioni di poveri analfabeti e con un Pil e un reddito pro capite notevolmente inferiori non solo a quelli americani ma anche a quelli cinesi. Il Brasile possiede impressionanti risorse economiche, ma sconta una rete di infrastrutture inadeguata, un sistema giudiziario lento e inefficiente, un alto tasso di violenza e una diffusa corruzione. Nye, al pari di molti altri analisti, ritiene dunque che solo la Cina abbia le carte in regola per diventare negli anni a venire un “concorrente a tutto campo” degli Stati Uniti. Pechino, infatti, vanta strabilianti tassi di crescita del Pil, una vasta estensione territoriale, una popolazione quattro volte maggiore di quella degli Stati Uniti, il più grande esercito del mondo, un imponente arsenale nucleare, avanzati programmi spaziali e una forte presenza nel cyberspazio. Tuttavia anche la Cina dovrà risolvere numerosi e seri problemi prima di sperare di competere ad armi pari con gli Usa nell’agone internazionale. Il sottosviluppo caratterizza ancora gran parte della campagna cinese, il reddito pro capite della Cina è solo un quinto di quello degli Stati Uniti, le imprese statali sono inefficienti, le disuguaglianze economiche sono sempre più marcate. C’è poi il degrado ambientale, la corruzione dilagante, l’inadeguato sistema giudiziario, la carente rete di protezione sociale, il rapido invecchiamento della popolazione. In termini di hard power la spesa militare cinese, seppure in rapida crescita, è solo la metà di quella degli Stati Uniti, mentre il vantaggio di questi ultimi sulla Cina in fatto di riserve di armamenti moderni è di 10 a 1. In termini di soft power alla Cina le cose non vanno meglio: le mancano industrie culturali in grado di competere con Hollywood e università del livello di quelle statunitensi. Nonostante la crisi finanziaria e la conseguente recessione, poi, il dollaro è rimasto la valuta rifugio e gli Stati Uniti occupano ancora il 3° posto in termini di competitività economica globale nella classifica stilata dal World Economic Forum, classifica che vede la Cina solo al 28° posto. Fra tutte le nazioni del mondo l’America è quella che investe di più in ricerca e sviluppo e quella che dispone delle migliori università (tra i 20 atenei più prestigiosi del pianeta 17 sono americani, nessuno è cinese). Dunque, ribadisce Nye, anche se nel giro di alcuni anni l’economia della Cina dovesse superare quella degli Stati Uniti - e non è detto che ciò avvenga - questo non comporterà la perdita della supremazia mondiale da parte di Washington, perché saranno ancora molte le risorse di hard power e di soft power delle quali gli USA avranno ampia disponibilità e delle quali invece Pechino sarà carente. Se il potere militare resterà unipolare, con gli Stati Uniti che manterranno il loro primato ancora per molto tempo, e il potere economico diventerà sempre più multipolare, con gli USA in posizione dominante ma seguiti da vicino dalla Cina e poi da altri importanti competitori quali l’Europa e il Giappone, sul piano delle relazioni internazionali il potere resterà ampiamente diffuso. E questo perché nessuno Stato da solo potrà affrontare con successo problemi di carattere transnazionale quali la stabilità finanziaria, i cambiamenti climatici, le pandemie e il terrorismo. Su questi temi non ha senso parlare di unipolarismo, multipolarismo o egemonia. Quello che conta, sostiene Nye, è che su questioni così importanti anche negli anni a venire non si possa “prescindere dalla leadership degli Stati Uniti per imbastire una qualsiasi azione collettiva a livello globale”. Dunque “il secolo americano continuerà, - scrive l’autore - ma non più solo in termini di potere degli Stati Uniti sugli altri, bensì anche in termini di potere degli Stati Uniti con gli altri”. Nye ritiene che se in futuro l’America dovesse perdere la leadership mondiale, questo non avverrà a causa della Cina o di qualche altra nazione del mondo, ma per colpa dell’America stessa. Sono infatti molti i fattori negativi endogeni che se dovessero aggravarsi potrebbero fare perdere agli Stati Uniti la loro capacità di influenzare gli eventi mondiali: “l’apertura di fronti interni di discussione su temi sociali” e culturali particolarmente divisivi, la situazione di stallo nella quale da tempo versano le istituzioni e il sistema politico (“la struttura dell’esecutivo americano fu progettata per essere inefficiente, in modo da rappresentare una minore minaccia alla libertà”), il ritardo rispetto ad altri paesi ricchi riguardo ai tassi di mortalità infantile, all’aspettativa di vita, al numero di bambini che vivono in condizioni di povertà, ai metodi di carcerazione e alla percentuale di omicidi, la scarsa qualità dell’istruzione primaria e secondaria fornita da molte scuole situate nei quartieri meno abbienti, il progressivo accentuarsi del divario di reddito tra i cittadini più ricchi e quelli più poveri. Nye ha scritto il suo saggio nel 2015. All’epoca non poteva prevedere che un tycoon come Donald Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti. Ma ha comunque descritto con estrema lucidità quale rischio corrono ai suoi occhi gli Stati Uniti con un personaggio come Trump al comando, che predica America first e impone alla politica estera americana il “ritorno all’isolazionismo”. “Se si indagano gli scenari che potrebbero accelerare il declino” degli Stati Uniti, “quelli più negativi contemplano un atteggiamento di chiusura e di caccia alle streghe” che li farà reagire “in modo eccessivo agli attacchi terroristici e che annullerà la forza che deriva loro dall’apertura al mondo esterno”. Per l’America, afferma Nye, l’immigrazione è stata, è e sarà sempre un prezioso fattore di crescita e di rafforzamento del suo potere. E’ grazie all’immigrazione che gli Usa potranno evitare il declino demografico e conservare la loro quota di popolazione mondiale. E’ solo con le frontiere aperte che gli Usa potranno continuare ad attirare sul loro territorio i cervelli più brillanti del mondo per poi fonderli in una “diversa cultura della creatività” che rafforzerà e migliorerà sia l’hard power che il soft power di Washington. “Il mio convincimento - conclude Nye - è che tra la gamma di futuri possibili, quello in cui un nuovo sfidante - Europa, Russia, India, Brasile, Cina - superi gli Stati Uniti e acceleri la fine della centralità americana nell’equilibrio globale del potere non sia impossibile, ma molto improbabile”. A meno che gli Stati Uniti, pur godendo di un notevole vantaggio militare ed economico e di un ancora più ampio vantaggio in termini di soft power sugli altri paesi del mondo, scelgano volontariamente di non tradurre questo vantaggio in un loro “reale coinvolgimento sulla scena mondiale”. In altri termini, la durata del secolo americano dipenderà dalla capacità dell’America di costruire e mantenere a livello internazionale una fitta rete di solide e durature alleanze. Ma come garantire “tali alleanze se gli altri paesi percepiscono gli Stati Uniti come ripiegati su se stessi?”. Trump è avvisato.

Massimo Virgilio 



permalink | inviato da metapolitica il 7/4/2017 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
22 marzo 2017
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario.
È uscito il n. 336 di Diorama Letterario (www.diorama.it), rivista di studi metapolitici diretta da Marco Tarchi, professore presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze. Nel nuovo numero del periodico è presente la mia recensione del libro di Joseph S. Nye jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da ilMulino.

Ecco l'indice di Diorama n. 336: 

IL PUNTO
Caccia ai dissidenti (Marco Tarchi)
LABORATORIO
Le opinioni di Alain de Benoist su Macron? Tutto il contrario di un populista; Perché la "deradicalizzazione" è destinata al fallimento; La fantomatica opinione pubblica dei sondaggi; Il punto sul reddito universale; Il momento populista; Il popolo si schiera contro le élites; Riflessioni sul populismo
RIVISTE
Nouvelle Ecole n. 66 (Charles Maurras)
L'INTERVISTA
Interventi di Marco Tarchi su Un'alleanza Lega-Cinque stelle?; Il caso Raggi e il futuro dei Cinque stelle; Sulle evoluzioni del M5S; Sul travaglio del Partito democratico; Il flop Fillon e l'incognita Marine Le Pen
OSSERVATORIO
L'improbabile sbarco di Julius Evola negli Stati Uniti (Eduardo Zarelli)
IDEE
Massimo Fini, Il denaro, "sterco del demonio" (Auren Darien)
Joseph S. Nye, Jr., Fine del secolo americano? (Massimo Virgilio)
Michel Onfray, Pensare l'Islam (Alfonso Noel Angrisani)
Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero (Giuseppe Ladetto)
PRO E CONTRO
"Gilles", di Pierre Drieu La Rochelle (Stenio Solinas e Marco Tarchi)
LETTERATURA
Fabio Finotti, Italia. L'invenzione della patria (Roberto Zavaglia)
Oronzo Cilli, Tolkien e l'Italia (Antonio Chimisso)
SCIENZE SOCIALI
Roberto Marchesini, Etologia filosofica (Alberto Giovanni Biuso)
Baptiste Mylondo, Un reddito per tutti (Giuseppe Giaccio)

Massimo Virgilio






permalink | inviato da metapolitica il 22/3/2017 alle 19:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
ECONOMIA
6 marzo 2017
Crisi. L'oligarchia neoliberista all'assalto della democrazia.

Con la scusa di contrastare la crisi finanziaria ed economica che essa stessa ha creato, l’oligarchia neoliberista ha scatenato una vera e propria guerra contro la democrazia, con l’obiettivo di smantellare - in nome del rigore e del contenimento del debito pubblico - i diritti sociali ed economici conquistati dai cittadini in decenni di lotte. Ecco perché a sostenere gli enormi costi della crisi, in particolare quelli relativi al salvataggio del sistema bancario, sono stati chiamati esclusivamente i lavoratori dipendenti e i pensionati. In questo modo il sistema capitalistico ha fatto della crisi un vero e proprio modo di governo, che sfrutta le armi disciplinari dei mercati finanziari per punire severamente chiunque respinga il programma neoliberista di riduzione dei salari, liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione delle imprese pubbliche e tagli al welfare.

Massimo Virgilio





permalink | inviato da metapolitica il 6/3/2017 alle 11:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica interna
23 febbraio 2017
Per cosa sarà ricordato Matteo Renzi?

Attraverso il Jobs Act Renzi ha rottamato quella parte del diritto del lavoro che garantiva dignità ai lavoratori dipendenti impedendo ai datori di lavoro di commettere soprusi ai loro danni. Con il  Jobs Act il lavoratore dipendente vittima di licenziamento ritenuto illegittimo dal giudice potrà essere reintegrato nel posto di lavoro solo in rari casi; di norma è prevista un’indennità risarcitoria. Non solo. Renzi ha anche concesso ai datori di lavoro la possibilità di demansionare i dipendenti e di controllare a distanza i loro strumenti di lavoro. Il lavoro dipendente non è stato però l’unica vittima della furia rottamatrice di Renzi. Anche il Partito Democratico è caduto sotto i suoi colpi. Con Renzi alla guida il PD ha cessato di essere un partito plurale, con diverse anime a dare ciascuna il proprio contributo all’elaborazione di una linea politica unica. Ed è diventato il partito del suo leader, la cui volontà non può e non deve essere messa in discussione. Per Renzi  la minoranza interna al PD non è mai stata una risorsa dalla quale attingere stimoli e suggerimenti utili alla buona conduzione del partito e del paese, ma un oppositore da isolare, da mettere a tacere e da ridurre all’insignificanza politica con qualsiasi mezzo. Che poi questo ostracismo abbia spinto molti membri di quella minoranza interna ad abbandonare il partito per cercare altrove quella libertà di pensiero e di parola e quella dignità politica che Renzi ha negato loro, poco importa! Chi pensa che Renzi in questi giorni stia lavorando alacremente per risolvere i gravissimi problemi che affliggono il suo partito (la scissione è nei fatti) e il suo paese (la UE minaccia di aprire una procedura contro l’Italia per infrazione delle regole europee sui bilanci degli stati membri) si sbaglia di grosso. Dov’è Renzi? E’ in viaggio in California. Un viaggio del quale da quotidianamente conto agli italiani attraverso il suo blog. Buon lavoro, Matteo!

Massimo Virgilio




permalink | inviato da metapolitica il 23/2/2017 alle 9:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 febbraio 2017
Informazione. La falsa guerra contro le fake news.

L’informazione embedded, quella allineata al sistema di potere vigente, ha dichiarato guerra alle fake news. Il timore è che attraverso la campagna contro le false notizie si vogliano colpire quei giornalisti, quegli analisti, quei blogger che indagano la realtà senza affidarsi alle verità preconfezionate dai mass media ufficiali. Il lavoro di approfondimento di questi studiosi indipendenti non può prescindere dall’avanzare ipotesi, dall’elaborare teorie e dal fare supposizioni. Ipotesi, teorie e supposizioni che potranno dirsi fondate o infondate al termine delle necessarie verifiche, ma che l’informazione ufficiale vuole comunque fare passare per false notizie solo perché sono state formulate al di fuori dei suoi canali e non sono in linea con la visione del mondo gradita al potere.

Massimo Virgilio





permalink | inviato da metapolitica il 15/2/2017 alle 13:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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