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Fine del secolo americano?

Questa recensione del libro di Joseph S. Nye Jr intitolato "Fine del secolo americano?", edito da il Mulino, è stata pubblicata su Diorama n. 336, marzo-aprile 2017.

Il secolo americano è finito? Molti analisti sono convinti che nei prossimi dieci anni l’economia statunitense verrà sorpassata da quella cinese e che questo porrà fine all’egemonia degli Stati Uniti sul mondo. Dopo il 1945 la preminenza economica degli Usa sulle altre nazioni del pianeta fu indiscutibile, ma l’equilibrio globale del potere politico-militare è stato bipolare piuttosto che egemonico, con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica a fronteggiarsi minacciosamente per difendere e ampliare le rispettive sfere d’influenza. La caduta del muro di Berlino nel 1989 e ancor più il crollo dell’URSS nel 1991 hanno radicalmente mutato i rapporti di forza a livello internazionale, rendendo il mondo unipolare, con gli Stati Uniti a ergersi quale unica e incontrastata superpotenza planetaria. Questo, secondo molti studiosi, fino al 2008, quando la crisi finanziaria e la conseguente recessione economica hanno dato inizio al declino dell’America, favorendo l’ascesa dei suoi rivali, Europa, Giappone, Russia, India, Brasile e soprattutto Cina. Nye non condivide la teoria del declino americano e attacca chi la sostiene partendo proprio dalla parola declino. Che è ambigua perché mette insieme due concetti differenti, “da un lato una diminuzione della potenza proiettata all’esterno, dall’altro il deterioramento o decadimento interni. Il primo è un declino relativo, il secondo è un declino assoluto”. I due concetti sono connessi, ma non lo sono necessariamente. Scommettere sul declino degli Stati Uniti come potenza egemone a livello globale per il solo fatto che in ambito economico gli Usa stiano perdendo terreno rispetto alla Cina significa commettere l’errore di confondere declino relativo e declino assoluto. E’ qui che s’innestano gli elementi caratteristici del discorso di Nye sul potere. L’autore ritiene che il potere non sia altro che la capacità di chi lo esercita d’indurre gli altri ad agire in base alle proprie aspettative. ”Vi sono tre modi per farlo: con la coercizione (il bastone); con i pagamenti (la carota); con l’attrazione o la persuasione. Bastone e carota sono forme di hard power, attrazione e persuasione sono forme di soft power”. Se si vogliono analizzare correttamente le condizioni di salute di una nazione le tre dimensioni del potere, quella militare, quella economica e quella soft, devono essere considerate nel loro insieme. In questo sbagliano gli studiosi che teorizzano la fine imminente dell’egemonia americana e il prossimo sorgere dell’era cinese: anche se in futuro la Cina dovesse sorpassare economicamente gli Stati Uniti “non staremo assistendo automaticamente alla fine del secolo americano”, perché il vantaggio di Washington su Pechino in termini di potenza militare e di forza di attrazione è così ampio che difficilmente potrà essere colmato prima di qualche decennio. Fra i vari competitori degli Stati Uniti è comunque la Cina quello che più preoccupa Nye. L’Europa, infatti, è ancora priva di quell’unità politica e di quell’identità sociale e culturale che gli permetterebbero di agire come un attore unico sul palcoscenico internazionale. Il Giappone, pur avendo un’economia forte, deve fare i conti con una consistente diminuzione della popolazione e con una statura geografica che non gli consentono di competere con gli Stati Uniti. La Russia ha una struttura istituzionale e un sistema giuridico corrotti e un’economia debole, con un Pil e un reddito pro capite che sono rispettivamente un settimo e un terzo di quelli americani. Per questo Nye ritiene che nei prossimi anni gli unici problemi che la Russia potrà creare agli Stati Uniti saranno quelli derivanti dal suo antiliberalismo e dal suo nazionalismo, che spingeranno Mosca ad essere “un pericoloso elemento di disturbo revisionista dello status quo, catalizzatore per altre potenze revisioniste infastidite dalla preminenza americana”. L’India può contare su una popolazione di 1,2 miliardi di persone, su un’industria informatica in forte crescita e su un potente arsenale militare, ma resta un paese sottosviluppato, con centinaia di milioni di poveri analfabeti e con un Pil e un reddito pro capite notevolmente inferiori non solo a quelli americani ma anche a quelli cinesi. Il Brasile possiede impressionanti risorse economiche, ma sconta una rete di infrastrutture inadeguata, un sistema giudiziario lento e inefficiente, un alto tasso di violenza e una diffusa corruzione. Nye, al pari di molti altri analisti, ritiene dunque che solo la Cina abbia le carte in regola per diventare negli anni a venire un “concorrente a tutto campo” degli Stati Uniti. Pechino, infatti, vanta strabilianti tassi di crescita del Pil, una vasta estensione territoriale, una popolazione quattro volte maggiore di quella degli Stati Uniti, il più grande esercito del mondo, un imponente arsenale nucleare, avanzati programmi spaziali e una forte presenza nel cyberspazio. Tuttavia anche la Cina dovrà risolvere numerosi e seri problemi prima di sperare di competere ad armi pari con gli Usa nell’agone internazionale. Il sottosviluppo caratterizza ancora gran parte della campagna cinese, il reddito pro capite della Cina è solo un quinto di quello degli Stati Uniti, le imprese statali sono inefficienti, le disuguaglianze economiche sono sempre più marcate. C’è poi il degrado ambientale, la corruzione dilagante, l’inadeguato sistema giudiziario, la carente rete di protezione sociale, il rapido invecchiamento della popolazione. In termini di hard power la spesa militare cinese, seppure in rapida crescita, è solo la metà di quella degli Stati Uniti, mentre il vantaggio di questi ultimi sulla Cina in fatto di riserve di armamenti moderni è di 10 a 1. In termini di soft power alla Cina le cose non vanno meglio: le mancano industrie culturali in grado di competere con Hollywood e università del livello di quelle statunitensi. Nonostante la crisi finanziaria e la conseguente recessione, poi, il dollaro è rimasto la valuta rifugio e gli Stati Uniti occupano ancora il 3° posto in termini di competitività economica globale nella classifica stilata dal World Economic Forum, classifica che vede la Cina solo al 28° posto. Fra tutte le nazioni del mondo l’America è quella che investe di più in ricerca e sviluppo e quella che dispone delle migliori università (tra i 20 atenei più prestigiosi del pianeta 17 sono americani, nessuno è cinese). Dunque, ribadisce Nye, anche se nel giro di alcuni anni l’economia della Cina dovesse superare quella degli Stati Uniti - e non è detto che ciò avvenga - questo non comporterà la perdita della supremazia mondiale da parte di Washington, perché saranno ancora molte le risorse di hard power e di soft power delle quali gli USA avranno ampia disponibilità e delle quali invece Pechino sarà carente. Se il potere militare resterà unipolare, con gli Stati Uniti che manterranno il loro primato ancora per molto tempo, e il potere economico diventerà sempre più multipolare, con gli USA in posizione dominante ma seguiti da vicino dalla Cina e poi da altri importanti competitori quali l’Europa e il Giappone, sul piano delle relazioni internazionali il potere resterà ampiamente diffuso. E questo perché nessuno Stato da solo potrà affrontare con successo problemi di carattere transnazionale quali la stabilità finanziaria, i cambiamenti climatici, le pandemie e il terrorismo. Su questi temi non ha senso parlare di unipolarismo, multipolarismo o egemonia. Quello che conta, sostiene Nye, è che su questioni così importanti anche negli anni a venire non si possa “prescindere dalla leadership degli Stati Uniti per imbastire una qualsiasi azione collettiva a livello globale”. Dunque “il secolo americano continuerà, - scrive l’autore - ma non più solo in termini di potere degli Stati Uniti sugli altri, bensì anche in termini di potere degli Stati Uniti con gli altri”. Nye ritiene che se in futuro l’America dovesse perdere la leadership mondiale, questo non avverrà a causa della Cina o di qualche altra nazione del mondo, ma per colpa dell’America stessa. Sono infatti molti i fattori negativi endogeni che se dovessero aggravarsi potrebbero fare perdere agli Stati Uniti la loro capacità di influenzare gli eventi mondiali: “l’apertura di fronti interni di discussione su temi sociali” e culturali particolarmente divisivi, la situazione di stallo nella quale da tempo versano le istituzioni e il sistema politico (“la struttura dell’esecutivo americano fu progettata per essere inefficiente, in modo da rappresentare una minore minaccia alla libertà”), il ritardo rispetto ad altri paesi ricchi riguardo ai tassi di mortalità infantile, all’aspettativa di vita, al numero di bambini che vivono in condizioni di povertà, ai metodi di carcerazione e alla percentuale di omicidi, la scarsa qualità dell’istruzione primaria e secondaria fornita da molte scuole situate nei quartieri meno abbienti, il progressivo accentuarsi del divario di reddito tra i cittadini più ricchi e quelli più poveri. Nye ha scritto il suo saggio nel 2015. All’epoca non poteva prevedere che un tycoon come Donald Trump potesse diventare presidente degli Stati Uniti. Ma ha comunque descritto con estrema lucidità quale rischio corrono ai suoi occhi gli Stati Uniti con un personaggio come Trump al comando, che predica America first e impone alla politica estera americana il “ritorno all’isolazionismo”. “Se si indagano gli scenari che potrebbero accelerare il declino” degli Stati Uniti, “quelli più negativi contemplano un atteggiamento di chiusura e di caccia alle streghe” che li farà reagire “in modo eccessivo agli attacchi terroristici e che annullerà la forza che deriva loro dall’apertura al mondo esterno”. Per l’America, afferma Nye, l’immigrazione è stata, è e sarà sempre un prezioso fattore di crescita e di rafforzamento del suo potere. E’ grazie all’immigrazione che gli Usa potranno evitare il declino demografico e conservare la loro quota di popolazione mondiale. E’ solo con le frontiere aperte che gli Usa potranno continuare ad attirare sul loro territorio i cervelli più brillanti del mondo per poi fonderli in una “diversa cultura della creatività” che rafforzerà e migliorerà sia l’hard power che il soft power di Washington. “Il mio convincimento - conclude Nye - è che tra la gamma di futuri possibili, quello in cui un nuovo sfidante - Europa, Russia, India, Brasile, Cina - superi gli Stati Uniti e acceleri la fine della centralità americana nell’equilibrio globale del potere non sia impossibile, ma molto improbabile”. A meno che gli Stati Uniti, pur godendo di un notevole vantaggio militare ed economico e di un ancora più ampio vantaggio in termini di soft power sugli altri paesi del mondo, scelgano volontariamente di non tradurre questo vantaggio in un loro “reale coinvolgimento sulla scena mondiale”. In altri termini, la durata del secolo americano dipenderà dalla capacità dell’America di costruire e mantenere a livello internazionale una fitta rete di solide e durature alleanze. Ma come garantire “tali alleanze se gli altri paesi percepiscono gli Stati Uniti come ripiegati su se stessi?”. Trump è avvisato.

Massimo Virgilio 

Pubblicato il 7/4/2017 alle 11.22 nella rubrica Diario.

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